Poco prima di mezzanotte del 10 luglio 1985, due esplosioni squarciarono lo scafo della Rainbow Warrior, nave ammiraglia di Greenpeace, ormeggiata a un molo del porto di Auckland. La nave affondò in pochi minuti. Un fotografo portoghese dell'equipaggio, Fernando Pereira, sceso sotto coperta dopo la prima deflagrazione per recuperare la sua attrezzatura, rimase intrappolato dall'acqua che irrompeva e annegò. Il messaggio era chiaro: la protesta contro i test nucleari francesi a Mururoa andava fermata con la forza.
Una flotta di pace nel mirino
Da anni Greenpeace conduceva campagne dirette contro gli esperimenti atmosferici che la Francia portava avanti nell'atollo di Mururoa, in Polinesia Francese. Le ricadute radioattive attraversavano l'oceano e si depositavano sui pascoli neozelandesi, trasformando una questione astratta di deterrenza nucleare in una minaccia tangibile per la catena alimentare. Nel 1973 il governo laburista di Norman Kirk aveva inviato due fregate nella zona di test come atto di testimonianza morale. All'inizio degli anni Ottanta una flottiglia di yacht privati, lo Squadrone della Pace, ostacolava fisicamente l'ingresso nei porti neozelandesi di navi americane a propulsione nucleare. La Rainbow Warrior si preparava a guidare un nuovo corteo verso Mururoa quando fu colpita.
L'indagine e l'arresto degli agenti
La polizia neozelandese avviò una delle indagini più intensive della sua storia. I sospetti si concentrarono su una coppia che parlava francese e si spacciava per turisti svizzeri, vista vicino alla nave a bordo di un gommone. Furono arrestati il maggiore Alain Mafart e il capitano Dominique Prieur, agenti della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE), il servizio di intelligence estero francese. Le prove raccolte — impronte, testimoni, traffico radio — erano inconfutabili.
Il muro di bugie di Parigi
Il governo francese rispose con una sequenza di smentite categoriche e sdegnose. Incolpò servizi segreti britannici, elementi fuorilegge, chiunque tranne se stesso. La pressione diplomatica e mediatica montò finché, a settembre, il primo ministro francese fu costretto a un'umiliante ammissione pubblica: la Rainbow Warrior era stata affondata da agenti del governo francese agendo su ordini ufficiali. Un alleato occidentale, membro della NATO, aveva compiuto un atto di terrorismo di Stato sul suolo di un altro paese alleato.
Il ricatto commerciale e l'accordo ONU
Mafart e Prieur si dichiararono colpevoli di omicidio colposo e furono condannati a dieci anni di carcere in Nuova Zelanda. La Francia non accettò la sentenza. Usò il suo peso economico e politico per minacciare il blocco delle vitali esportazioni agricole neozelandesi verso la Comunità Europea, a meno che i due agenti non fossero rilasciati. Sotto l'egida delle Nazioni Unite si raggiunse un compromesso: la Francia versò dieci milioni di dollari di risarcimento e presentò scuse formali; in cambio i due agenti sarebbero stati trasferiti a scontare tre anni in una base militare francese sull'atollo di Hao, nel Pacifico. L'accordo lasciò l'amaro in bocca a molti neozelandesi: entrambi gli agenti tornarono in Francia come eroi ben prima della scadenza dei tre anni.
L'effetto paradosso: la determinazione si rafforza
L'attentato, pensato per intimidire il movimento antinucleare, produsse l'effetto opposto. Galvanizzò l'opinione pubblica e diede alla causa una legittimità morale inattaccabile. Non si trattava più solo di una disputa tra alleati sulla politica estera; era diventata una questione di sovranità nazionale e del diritto di un paese piccolo a essere libero dalle intrusioni violente di potenze armate nuclearmente. Il governo laburista di David Lange, già impegnato a smantellare l'alleanza ANZUS rifiutando l'ingresso a navi nucleari americane, trasformò la politica in legge. Nel 1987 il Parlamento approvò la Legge sulla Zona Denuclearizzata, il Disarmo e il Controllo degli Armamenti, che vietava l'ingresso nelle acque interne a qualsiasi nave a propulsione nucleare o armata di testate nucleari. Poiché gli Stati Uniti mantenevano la politica del "né confermare né smentire", il divieto divenne di fatto permanente.
Un'identità forgiata nel conflitto
Il bombardamento della Rainbow Warrior segnò il punto di non ritorno. La Nuova Zelanda aveva sfidato gli Stati Uniti sull'accesso alle navi nucleari, era stata vittima di un attacco francese, e in risposta si era ritagliata un ruolo indipendente e basato su principi sulla scena mondiale. Quella che era nata come una protesta di base contro i test a Mururoa era diventata, attraverso lo scontro diplomatico e un atto di terrorismo, una componente fondamentale dell'identità nazionale. Ancora oggi la nave riposa sul fondo della baia di Matauri, nel Northland, trasformata in barriera artificiale e memoriale sommerso: un relitto che ricorda il prezzo pagato per il diritto di dire no.
Questo è solo un episodio di una storia molto più lunga. Per il racconto completo di la storia della Nuova Zelanda, leggi “Una storia della Nuova Zelanda” di Liam Thompson su MixCache.com.
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