La corsa del pollo nel fango: il Mardi Gras che i turisti non vedono

Quando la maggior parte degli americani pensa al Mardi Gras, immagina carri allegorici che sfilano su Bourbon Street, fiumi di perle di plastica e folle in costume che bevono da bicchieri di plastica. Ma a due ore di auto a ovest di New Orleans, nelle praterie piatte dell'Acadiana, il Martedì Grasso non ha nulla a che fare con il turismo. Qui, prima dell'alba, uomini a cavallo indossano maschere a punta e cappucci sfilacciati, cavalcano di fattoria in fattoria e mendicano cipolle, patate e salsiccia per un gumbo che cucineranno insieme quella sera. Il momento culminante arriva quando un pollo vivo viene liberato nel cortile fangoso: una dozzina di cavalieri smonta da cavallo e si lancia nel fango per afferrarlo, tra urla, risate e schizzi di terra. Nessun carro, nessuna perla, nessun turista. Solo un rituale che sembra uscito dal Medioevo e che invece si ripete ogni anno, identico a se stesso, nelle strade sterrate intorno a Eunice, Mamou e Church Point.

Un carnevale contadino

Il Courir de Mardi Gras — letteralmente "la corsa del Martedì Grasso" — è la versione rurale, antica e profondamente diversa della festa che il mondo associa a New Orleans. Mentre la città costruiva parate sempre più spettacolari organizzate da club sociali privati chiamati krewe, le comunità di origine acadiaca conservavano una tradizione nata nelle campagne francesi del XVII secolo e portata in Louisiana dagli esuli deportati dagli inglesi nel 1755. Quelli che i locali chiamano les Mardi Gras non sono spettatori: sono partecipanti obbligati. Indossano costumi cuciti a mano, spesso ereditati, con frange colorate che nascondono il viso e cappelli a cono alti fino a un metro, decorati con nastri e specchietti. Cavalcano in gruppi di venti, trenta, a volte cinquanta, guidati da un capitaine che porta una bandiera e una frusta cerimoniale. Il loro compito è semplice e antico: raccogliere gli ingredienti per il gumbo comunitario che sfamerà il villaggio quella sera.

La questua rituale

Il corteo parte all'alba da un punto concordato — spesso il piazzale della chiesa o il campo sportivo — e si muove lungo un percorso che tocca una dozzina di fattorie. A ogni sosta, i cavalieri circondano la casa del padrone, che li aspetta sul portico con un sacco di cipolle, un pollo, qualche chilo di patate o un pezzo di salsiccia andouille. I Mardi Gras scendono da cavallo, formano un cerchio e iniziano a cantare la canzone tradizionale, un francese arcaico mescolato a inglese che chiede l'elemosina in cambio di una benedizione e di un ballo. "La danse de Mardi Gras, la danse de Mardi Gras / Tout le tour de la maison, la danse de Mardi Gras", cantano mentre danzano a due passi, i cavalli impazienti dietro di loro. Il padrone getta gli ingredienti nel carretto che segue il gruppo, e tutti risalgono in sella per la tappa successiva. È una questua, non una parata: chi non dà nulla rischia di vedere il proprio pollaio "visitato" dai più irrequieti, anche se oggi la minaccia è solo scherzosa.

Il pollo nel fango

Verso mezzogiorno il corteo raggiunge la fattoria designata per il momento clou. Il padrone di casa libera un pollo vivo nel cortile, spesso in un recinto improvvisato dove l'acqua piovana ha trasformato la terra in una crema scivolosa. A un segnale del capitaine, una decina di cavalieri saltano giù dai cavalli e si lanciano all'inseguimento. Non c'è strategia: scivolano, cadono, si rialzano coperti di fango, afferrano l'animale per le zampe o per le ali tra urla di incitamento. Chi lo prende alza il pollo trionfante come un trofeo, mentre gli altri ridono e si puliscono gli stivali come possono. Il pollo — vivo e illeso — finirà nella pentola del gumbo insieme a tutto ciò che è stato raccolto. La scena è caotica, primordiale, eppure regolata da regole non scritte che tutti conoscono: niente coltelli, niente violenza vera, il pollo deve arrivare intero in cucina.

Radici medievali, terra cajun

Gli storici fanno risalire il Courir alle fêtes de la quémande della Francia occidentale, dove bande di giovani mascherati giravano per le fattorie a chiedere cibo per un banchetto collettivo prima della Quaresima. La caccia al pollo ricorda i giochi di destrezza e coraggio dei carnevali rurali europei, dove l'animale simboleggiava la fertilità e il rinnovamento. Quando gli Acadiani si stabilirono nelle paludi e nelle praterie della Louisiana meridionale, portarono con sé il rito e lo adattarono: il cavallo sostituì il carro, il gumbo sostituì la zuppa di fagioli, il francese cajun sostituì il dialetto della Vandea. Per due secoli il Courir è rimasto confinato nelle comunità isolate dell'Acadiana, ignorato dal resto dello Stato. Negli anni Settanta, quando il movimento per la rinascita della cultura cajun portò nuova attenzione sulla lingua e le tradizioni, il Courir uscì dall'ombra. Oggi attira visitatori — ma non turisti da pullman: famiglie locali, studenti di folkloristica, qualche curioso che ha sentito parlare del "vero Mardi Gras". Le regole non scritte restano: niente telecamere in faccia ai cavalieri, niente domande stupide, si sta in silenzio a bordo campo.

Due mondi, una festa

La differenza con il Mardi Gras urbano non potrebbe essere più netta. A New Orleans la festa è spettacolo: i krewe spendono milioni per carri illuminati a led, costumi firmati, lanci di noci di cocco dipinte a mano e scarpe con i tacchi scintillanti. Il percorso è transennato, la polizia presidia ogni incrocio, l'economia del turismo detta i ritmi. Nella campagna cajun la festa è partecipazione: non c'è pubblico, solo partecipanti. Chi guarda lo fa dal portico di casa o dal bordo del campo, e spesso finisce per unirsi al ballo o per offrire un bicchiere di whisky ai cavalieri di passaggio. Il gumbo che ne nasce non viene venduto: viene mangiato insieme, in un capannone o in una sala parrocchiale, con le mani unte di grasso e la musica zydeco che spinge a ballare fino a notte fonda. È la stessa festa — l'ultimo giorno prima della Quaresima, l'ultima occasione per mangiare grasso — ma vissuta come rito di comunità, non come evento.

La sopravvivenza del rito

Il Courir ha rischiato di estinguersi negli anni Cinquanta, quando la modernizzazione delle campagne, la leva militare e l'emigrazione verso le città svuotarono le comunità rurali. A salvarlo fu una combinazione di testardaggine familiare e di attenzione accademica: alcuni capitaines rifiutarono di smettere, tramandando costumi e percorsi ai figli, mentre folkloristi come Barry Ancelet documentarono canti, gesti e varianti locali. Oggi ogni piccola città ha il suo Courir, ognuno con sfumature diverse: a Eunice la corsa è grande e aperta agli spettatori, a Mamou è più chiusa e rigorosa, a Church Point si corre anche il lunedì grasso. I costumi cambiano leggermente — piume di fagiano invece di nastri, maschere di filo di ferro invece di stoffa — ma la struttura è identica: la questua, la danza, il pollo, il gumbo. I giovani che partecipano per la prima volta — a volte a dodici anni, sul cavallo del padre — imparano a memoria la canzone e il percorso prima ancora di capire il francese dei nonni. È così che un rito medievale sopravvive nel XXI secolo: non in un museo, ma nel fango di un cortile di campagna, mentre un pollo scappa e una dozzina di uomini mascherati gli corrono dietro ridendo.

Questo è solo un episodio di una storia molto più lunga. Per il racconto completo di la cultura della Louisiana, leggi “Trasferirsi in Louisiana” di Alex Bugeja su MixCache.com.

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